L'ultima corsa prima del mare
Posté : 10 juin 2026 16:24
Mi chiamo Matteo, ho ventisette anni e faccio il cameriere in un locale di tenda a Milano. Naviglio Grande, luci al neon, cocktail a diciotto euro. Odio quel posto. Ma paga. Sono sardo, di Cagliari, e a Milano ci sono finito per caso quattro anni fa. Un amico mi aveva offerto un lavoro, l'affitto era basso, dovevo solo resistere un po'. Invece sono ancora qui.
L'altra notte, però, ho preso una decisione.
Ero in treno. Regionale notturno per andare a trovare i miei, dopo mesi che non li vedevo. Il treno era quasi vuoto, giusto qualche anima persa come me. Fuori, il buio della pianura padana. Dentro, il rumore monotono delle ruote sui binari. Non riuscivo a dormire. Troppi pensieri: il lavoro che non mi piace, la città che non mi ha mai accolto, la distanza dal mare che mi faceva male fisicamente, come un osso rotto.
Per passare il tempo, ho tirato fuori il telefono. La batteria era al trenta per cento, ma dovevo resistere ancora due ore. Ho aperto la cronologia. Un vecchio link, salvato chissà quando. L'avevo visto una volta, mai cliccato. Quella notte, forse per la noia, forse per la voglia di fare qualcosa di stupido, l'ho aperto.
La pagina era pulita, veloce. Un mondo di colori, slot, tornei. Non ci avevo mai giocato seriamente. Un paio di volte, anni fa, con amici, ma roba da ridere. Stavolta ero solo, sveglio, e il treno correva nel nulla. Mi sono detto: "Matteo, che hai da perdere?"
Ho letto il nome in alto: casino vavada . Suonava strano, quasi familiare. Ho fatto una registrazione veloce: email, nome utente, password. Il sistema era reattivo, non mi ha chiesto mille conferme. In due minuti ero dentro.
Sul conto avevo quarantacinque euro. Quelli che avevo messo da parte per la cena del ritorno. Ne ho spostati venti. "Se li perdo, mangio un panino. Amen."
Non sapevo da dove cominciare. Ho esplorato un po', ho visto che c'erano giochi di tutti i tipi. Alla fine ho scelto una slot a tema egizio, perché mi piacevano quei disegni. Piramidi, faraoni, un sole che sembrava quello della Sardegna. Puntate basse, venti centesimi. Volevo durare.
I primi dieci minuti sono stati una giostra: su e giù, su e giù. Venti euro diventati quindici, poi diciotto, poi di nuovo giù. Il rumore del treno faceva da colonna sonora. Poi, a un certo punto, lo schermo ha iniziato a vibrare. Una vibrazione diversa, più forte. La musica è cambiata, è diventata epica, tipo colonna sonora di un film. I rulli si sono fermati su tre simboli uguali. Una specie di scarabeo d'oro.
Il conto è passato da tredici euro a settantotto.
Settantotto euro.
Ho smesso. Ho guardato fuori dal finestrino. Non si vedeva niente, solo luci lontane. Ho riguardato il telefono. Era tutto reale. Ho pensato: "Adesso incasso. Subito." Invece no. Ho continuato, ma con calma. Ho abbassato le puntate a dieci centesimi. Volevo vedere se era solo fortuna. Altri dieci minuti. Il saldo è salito a centoquindici, poi è sceso a novanta, poi è risalito a centotrentadue.
Mi sono fermato.
Ho premuto incassa. Centotrentadue euro. Sul conto della carta, insieme ai venticinque che mi erano rimasti. Totale: centocinquantasette euro. Più di quanto guadagnavo in due turni al Naviglio.
Il treno intanto aveva rallentato. Stavo arrivando. Ho guardato l'ora: le tre e quaranta. Mio padre mi avrebbe aspettato alla stazione, come sempre. Ho chiuso il telefono, ho messo via la carta.
I giorni successivi sono stati belli. Ho visto i miei, sono andato al mare con mio fratello, ho mangiato il pane carasau e il formaggio pecorino. Tutte le cose che mi mancano. Ma dentro di me, quella vincita continuava a ronzare. Non per i soldi in sé, ma per il fatto che era successa proprio quella notte, sul treno del ritorno. Come un segno.
Quando sono tornato a Milano, ho riaperto casino vavada un paio di volte. La prima ho perso quindici euro in dieci minuti. La seconda ho vinto quaranta euro e ho incassato subito. Niente di paragonabile a quella notte. Ma non mi aspettavo niente.
Con quei centocinquantasette euro alla fine ho fatto una cosa semplice: ho comprato il biglietto del traghetto per andare in Sardegna il mese successivo. Non in aereo, in nave. Quello lento, che parte la sera e arriva al mattino. Quello che da bambino prendevo con i miei nonni. Volevo rivedere il mare dall'oblò, svegliarmi con l'odore di salsedine.
Ora ogni tanto, quando il Naviglio è vuoto e i clienti sono pochi, apro il telefono. Guardo le slot, leggo le offerte. A volte gioco cinque minuti, a volte no. Ma non cerco più la fortuna. Perché la fortuna, quella vera, l'ho già trovata. Non nei rulli. Nel ricordo di quella notte, sul treno, mentre casino vavada mi regalava un po' di ossigeno in mezzo al buio.
Mio padre non sa niente. Mia madre nemmeno. Forse un giorno glielo racconterò. Gli dirò che a ventisette anni, mentre scappavo da Milano per tornare a casa, una slot con uno scarabeo d'oro mi ha ricordato che a volte le cose belle arrivano quando smetti di cercarle.
Non ho cambiato vita. Faccio ancora il cameriere al Naviglio. Odio ancora i cocktail a diciotto euro. Ma adesso, quando chiudo il locale e torno nel mio monolocale, ho un pensiero diverso. So che il mare è lì, a poche ore di nave. E so che quella nave l'ho pagata con una notte di treno e un po' di fortuna inaspettata.
Prossima settimana riparto. Traghetto delle ventidue. Porterò con me solo lo zaino, le scarpe da ginnastica, e il telefono. Non so se giocherò di nuovo sul casino vavada durante il viaggio. Forse sì, forse no. Ma una cosa è certa: quella notte, tra i binari e la pianura, non stavo scappando da Milano. Stavo tornando a casa. E per la prima volta in quattro anni, ne ero felice.
L'altra notte, però, ho preso una decisione.
Ero in treno. Regionale notturno per andare a trovare i miei, dopo mesi che non li vedevo. Il treno era quasi vuoto, giusto qualche anima persa come me. Fuori, il buio della pianura padana. Dentro, il rumore monotono delle ruote sui binari. Non riuscivo a dormire. Troppi pensieri: il lavoro che non mi piace, la città che non mi ha mai accolto, la distanza dal mare che mi faceva male fisicamente, come un osso rotto.
Per passare il tempo, ho tirato fuori il telefono. La batteria era al trenta per cento, ma dovevo resistere ancora due ore. Ho aperto la cronologia. Un vecchio link, salvato chissà quando. L'avevo visto una volta, mai cliccato. Quella notte, forse per la noia, forse per la voglia di fare qualcosa di stupido, l'ho aperto.
La pagina era pulita, veloce. Un mondo di colori, slot, tornei. Non ci avevo mai giocato seriamente. Un paio di volte, anni fa, con amici, ma roba da ridere. Stavolta ero solo, sveglio, e il treno correva nel nulla. Mi sono detto: "Matteo, che hai da perdere?"
Ho letto il nome in alto: casino vavada . Suonava strano, quasi familiare. Ho fatto una registrazione veloce: email, nome utente, password. Il sistema era reattivo, non mi ha chiesto mille conferme. In due minuti ero dentro.
Sul conto avevo quarantacinque euro. Quelli che avevo messo da parte per la cena del ritorno. Ne ho spostati venti. "Se li perdo, mangio un panino. Amen."
Non sapevo da dove cominciare. Ho esplorato un po', ho visto che c'erano giochi di tutti i tipi. Alla fine ho scelto una slot a tema egizio, perché mi piacevano quei disegni. Piramidi, faraoni, un sole che sembrava quello della Sardegna. Puntate basse, venti centesimi. Volevo durare.
I primi dieci minuti sono stati una giostra: su e giù, su e giù. Venti euro diventati quindici, poi diciotto, poi di nuovo giù. Il rumore del treno faceva da colonna sonora. Poi, a un certo punto, lo schermo ha iniziato a vibrare. Una vibrazione diversa, più forte. La musica è cambiata, è diventata epica, tipo colonna sonora di un film. I rulli si sono fermati su tre simboli uguali. Una specie di scarabeo d'oro.
Il conto è passato da tredici euro a settantotto.
Settantotto euro.
Ho smesso. Ho guardato fuori dal finestrino. Non si vedeva niente, solo luci lontane. Ho riguardato il telefono. Era tutto reale. Ho pensato: "Adesso incasso. Subito." Invece no. Ho continuato, ma con calma. Ho abbassato le puntate a dieci centesimi. Volevo vedere se era solo fortuna. Altri dieci minuti. Il saldo è salito a centoquindici, poi è sceso a novanta, poi è risalito a centotrentadue.
Mi sono fermato.
Ho premuto incassa. Centotrentadue euro. Sul conto della carta, insieme ai venticinque che mi erano rimasti. Totale: centocinquantasette euro. Più di quanto guadagnavo in due turni al Naviglio.
Il treno intanto aveva rallentato. Stavo arrivando. Ho guardato l'ora: le tre e quaranta. Mio padre mi avrebbe aspettato alla stazione, come sempre. Ho chiuso il telefono, ho messo via la carta.
I giorni successivi sono stati belli. Ho visto i miei, sono andato al mare con mio fratello, ho mangiato il pane carasau e il formaggio pecorino. Tutte le cose che mi mancano. Ma dentro di me, quella vincita continuava a ronzare. Non per i soldi in sé, ma per il fatto che era successa proprio quella notte, sul treno del ritorno. Come un segno.
Quando sono tornato a Milano, ho riaperto casino vavada un paio di volte. La prima ho perso quindici euro in dieci minuti. La seconda ho vinto quaranta euro e ho incassato subito. Niente di paragonabile a quella notte. Ma non mi aspettavo niente.
Con quei centocinquantasette euro alla fine ho fatto una cosa semplice: ho comprato il biglietto del traghetto per andare in Sardegna il mese successivo. Non in aereo, in nave. Quello lento, che parte la sera e arriva al mattino. Quello che da bambino prendevo con i miei nonni. Volevo rivedere il mare dall'oblò, svegliarmi con l'odore di salsedine.
Ora ogni tanto, quando il Naviglio è vuoto e i clienti sono pochi, apro il telefono. Guardo le slot, leggo le offerte. A volte gioco cinque minuti, a volte no. Ma non cerco più la fortuna. Perché la fortuna, quella vera, l'ho già trovata. Non nei rulli. Nel ricordo di quella notte, sul treno, mentre casino vavada mi regalava un po' di ossigeno in mezzo al buio.
Mio padre non sa niente. Mia madre nemmeno. Forse un giorno glielo racconterò. Gli dirò che a ventisette anni, mentre scappavo da Milano per tornare a casa, una slot con uno scarabeo d'oro mi ha ricordato che a volte le cose belle arrivano quando smetti di cercarle.
Non ho cambiato vita. Faccio ancora il cameriere al Naviglio. Odio ancora i cocktail a diciotto euro. Ma adesso, quando chiudo il locale e torno nel mio monolocale, ho un pensiero diverso. So che il mare è lì, a poche ore di nave. E so che quella nave l'ho pagata con una notte di treno e un po' di fortuna inaspettata.
Prossima settimana riparto. Traghetto delle ventidue. Porterò con me solo lo zaino, le scarpe da ginnastica, e il telefono. Non so se giocherò di nuovo sul casino vavada durante il viaggio. Forse sì, forse no. Ma una cosa è certa: quella notte, tra i binari e la pianura, non stavo scappando da Milano. Stavo tornando a casa. E per la prima volta in quattro anni, ne ero felice.